Tecnologia che allontana dalla realtà

Sala da pranzo di un ristorante, una splendida vista del tramonto dalla riviera calabra.

Nella sala sono presenti una ventina di tavoli, una decina occupati, per lo più da famiglie. Di fronte a noi una coppia.
Accanto a noi una famiglia di tre persone, padre, madre e una figlia. I genitori sono sulla quarantacinquina, il loro abbigliamento e i loro modi fanno pensare ad una famiglia semplice e a modo. Educati, silenziosi, sereni. Discutono sottovoce di non sappiamo cosa, anche la loro discussione è serena, il linguaggio è adeguato, non ricco, anch’esso semplice e onesto come sembra esserlo tutto il resto.

La figlia, sui quindici anni, pulita e ordinata, sicuramente con lo sguardo annoiato e spento e piuttosto sovrappeso, non li nota. Da quando si è seduta non ha fatto altro che farsi selfie, condividerli online e guardare quelli fatti dalle sue amiche che si trovano chissà dove. Non la distoglie nemmeno una buona portata di pesce, non la distoglie il tramonto, non la distoglie nemmeno il ragazzetto che la guarda già da una decina di minuti da tre tavoli più avanti.

Ci eravamo aspettati che i genitori le avessero chiesto di spegnere il cellulare all’arrivo della prima portata ma ci siamo subito resi conto che non solo non sarebbe successo ma che, in primo luogo, anche i genitori sarebbero ricorsi al cellulare per riempire i tempi fra una portata e l’altra e, in secondo luogo, che il cellullare della figlia è un ottimo babysitter per far sì che i genitori non debbano avere una relazione continua con lei.
Lo vediamo accadere continuamente.

La figlia dei due continua a fare smorfie al cellulare e a ritoccare le sue foto con almeno tre applicazioni differenti: una crea un effetto patinato e spiana la pelle rendondola porcellanata in modo inquitante, una aggiunge elementi al selfie, in questo momento lei sta aggiungendo al suo volto orecchie da coniglio e cuoricini tutt’intorno e un’altra ha una lunga lista di filtri colorati, probabilmente crea il tono della foto.

Il padre si gira verso di lei e le chiede qualcosa, lei distoglie per un istante gli occhi dallo schermo perdendo il sorriso e dopo quello che è appena sufficiente sussurrare, appurato che anche il padre ha subito dimenticato la domanda fatta, torna sullo schermo ricominciando a scorrere i filtri.

Due tavoli più a destra, proprio davanti a noi, l’unica coppia di fidanzati senza figli si fronteggia senza guardarsi, in una sfida a chi è più preso dal suo whatsapp. Ancora un passo in più a destra della coppia, un lungo tavolo di due famiglie, chiaramente in vacanza insieme, vede i genitori ridere e scherzare sull’esito della partita dell’Italia con la Spagna della sera prima mentre i figli occupano il resto della tavolata con grande disinteresse: il ragazzo, quello che guardava curioso la ragazza di prima, sui sedici anni, è esageratamente gobbo, curvo al tavolo, con il braccio che non usa per tenere il cellulare nascosto sotto la tovaglia, una pettinatura fin troppo sfortunata per il viso pallido e magro, non riesce ad avere carattere né ad avere un vero, proprio, stile. Veste una maglietta grigia anonima che non riesce a nascondere la magrezza di chi non fa sport e passa giorni e notti davanti a computer e playstation. Sullo schermo del suo cellulare gira un gioco famoso, categoria sparatutto, lui uccide i suoi nemici senza alcun entusiasmo. 

A sinistra del nostro tavolo ci sorprende una coppia molto più matura, i cui figli, qualora ne avessero, potrebbero avere l’età per vivere la loro vita lontani, sicuramente non sono con loro in questa vacanza. Entrambi al cellulare, unica differenza fra loro e tutti gli altri è l’eleganza con cui sono seduti davanti ai loro schermi.

Sguardo d’insieme mentre il sole tocca il mare: nessuno, a parte noi, guarda fuori dalla grande parete finestra. Non c’è tavolo, a parte il nostro, che fra la prima e la seconda portata, non abbia un cellulare al lavoro.

Abbiamo deciso tempo fa che non vogliamo alcune cose, una di queste è la tecnologia a tavola. Reputiamo che la tavola sia un luogo fondamentale d’incontro: fra ognuno di noi ed il cibo e fra le persone che vi sedute intorno.
Crediamo che sia fondamentale, a colazione, pranzo (quando possibile) e a cena, che le persone si incontrino e parlino, condividano e, insieme, mangino.
Non c’è nulla, emergenze a parte, che coinvolga strumenti tecnologici, che non possa essere rimandato a subito dopo questi momenti: giocare, rispondere al telefono, scrivere messaggi, fare fotografie sono attività che si dovrebbero svolgere in precisi tempi, luoghi e modi e sicuramente senza mangiare mentre le si fanno. Mangiare, quindi, dovrebbe essere, allo stesso modo, un’attività da svolgere lontano da queste attività, in un tempo e in un luogo dedicato. Per quanto ci riguarda mischiare tutte queste cose porta solo confusione ed insoddisfazione e nessun reale beneficio a lungo termine.

Il rapporto con il cibo, soprattutto per i bambini, è una relazione che deve essere creata dagli adulti con coscienza e consapevolezza.
Una volta creata la relazione non la si deve abbandonare a sé stessa ma è necessario prendersene cura instancabilmente perché sia di qualità nel tempo. Crediamo che sia fondamentale che si impari a comunicare, fra genitori, fra fratelli e sorelle, fra genitori e figli. Non che il tavolo sia l’unico luogo in questo possa essere reso possibile ma è sicuramente un luogo deputato a potersi prendere cura gli uni degli altri con maggiore attenzione. 

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