Roma ricorda i nostri errori

Sono stati molti gli scatti sul lungotevere. E’ sempre peggiorato.
Ogni volta che torno, solo o in compagnia, a passeggiare sulle sue sponde lungo gli argini di Roma capitale, spero di avere un’immagine migliore, una migliore sensazione, ma ogni volta il fiume risulta peggiorato.
La sua salute è precaria ma quello che mi ammutolisce e mi ingrigisce dentro è l’esalazione della cattiveria di questa città che passa attraverso la sua sporcizia, il suo fetore, le sue acque inesplorabili allo sguardo, nemmeno per un paio di centimetri a ridosso delle banchine.

Il fiume ci dice chi siamo. Quello che il tevere dice, dei romani, intesi come quelli che abitano la città, è che non abbiamo ancora imparato ad averne cura, non abbiamo imparato ad amarlo e a rispettarlo, non ne abbiamo compreso il valore e la bellezza. Si tratta di qualcosa di inequivocabile, il fiume non mente, non ci dice bugie, non ci inganna. Il fiume rimanda semplicemente, attraverso la sua malattia, il riflesso della nostra, ancor peggiore. Poi muore nel mare che un po’ lo recupera, in realtà lo nasconde nella sua grandezza.

In questa foto ci dice in particolare dei nostri errori maggiori in questa epoca così tristemente decadente. E fra gli errori spicca quello dei monopattini, tragico errore di questo ultimo periodo di pandemia. Qualcuno ebbe per primo l’idea folle ed insana di disseminare monopattini elettrici per la città. Altri, poi, hanno avito l’insana convinsione che sarebbe potuta passare senza far danni, quell’idea originale e malsana, ma non è stato così.

Oggi come una malattia, la città è percorsa da gente in monopattino che non sa bene dove andare, non può stare in strada, non può stare sul marciapiede. Molti si sono fatti male, molti hanno fatto male ad altri a causa di questa irrsponsabile disseminazione di ferro e poca educazione.
Il monopattino che per definizione potrebbe essere una cosa buona per la città, una cosa sana se elettrico, calato in un contresto di maleducazione, inciviltà, irresponsabilità e totale assenza di criterio e norme è l’immagine stessa della pochezza a cui ci siamo ridotti, tutti.

Tolleriamo, guardiamo e non capiamo, guardiamo e non pensiamo, poi, annoiati, continuiamo per la nostra strada con la triste speranza di arrivare presto a casa, di arrivare presto alla fine della giornata, di metterci in salvo.

Così il tevere raccoglie pietoso alcune carcasse di questa idea ferrosa, che nelle sue forme evidenzia che non siamo ancora bravi, siamo troppo mecvcanici e poco energetici, molto ferrosi e di povero spirito, poveri di intelligenza e creatività.
Basta però che qualcuno ne abbia una, di idea, e subito sembra un genio, un creativo, un rivoluzionario. Siamo talmente abituati al niente che un pizzico di poco meno già riempie i nostri occhi e la nostra noia di un rumore che basta ad illuderci che la nostra vita sia viva.

Il Tevere è ancora meraviglioso, se visto da lontano. 

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