Privacy, sinonimo di privato o di segreto?

Riflettevo, qualche giorno fà, sul concetto di libertà e lo facevo, guardando dalla finestra, un inquilino di un primo piano di un condominio di fronte a quello in cui io vivo.

Primo piano quindi sbarre alle finestre e alla porta finestra che conduce al piccolo balcone. Forse sessanta, al massimo sessantacinque metri quadri in cui è sistemato un divano di fronte ad un tappeto, che è sistemato di fronte ad una TV da almeno cinquanta pollici. C’è una bottiglia di Coca Cola Zero appoggiata sulla penisola della cucina, lui si muove in casa evidentemente sovrappeso e trascinante ciabatte, vestito soltanto di un paio di ampie mutande bianche.

Insomma, per quanto si possa fantasticare al riguardo, la sua libertà è evidentemente denudarsi in casa e seguire qualche programma alla TV armato di una coca cola. Niente di male, ma erano le grate alle finestre che, in quel momento, mi sconvolgevano più di ogni altra cosa.

Perché le grate? Beh è ovvio: per proteggersi dai ladri, dai furti, dalle possibili intrusioni.

Quindi mi sono detto che se fossimo tutti bio-localizzati, in un ipotetico mondo perfetto in cui si faccia effettivamente un uso sano ed intelligente della tecnologia, non servirebbero grate alle fienstre perché non appena un intruso varcasse la soglia della nostra proprietà, un messaggio giungerebbe alla più vicina stazione di polizia avvisando dell’intrusione e nel giro di pochi istanti una pattuglia sarebbe a trovarsi sul posto per eliminare il possibile pericolo.

Ma allora perché non ci bio-localizziamo tutti? Beh ovviamente perché ognuno di noi vuole privacy. Ma cos’è la privacy? Si tratta forse della libertà del ladro di trovarsi ovunque voglia senza che si sappia? Per il ladro forse sì, per noi tutti, più genericamente, la privacy è la libertà di non dover condividere con l’esterno le nostre personali scelte e la nostra vita. Essere quindi privati … o segreti?

Ad un certo punto mi sono messo a fare una serie di riflessioni e a tentare di stilare un rapido freddo elenco delle cose che chiunque potrebbe non voler condividere con il resto del mondo. Ma chi popola, in definitiva il resto del mondo? Beh, che un impiegato giapponese possa sapere che il mercoledì pomeriggio io, abitudinariamente, vada a fare la spesa settimanale, non me ne frega poi un granché. Che mia madre sappia che alle 22:00 di ieri sera ero a letto con la mia compagna, un po’ mi scoccia, che la moglie del mio collega sappia che suo marito è, inspiegabilmente in una camera di un B&B in Toscana, piuttosto che ad un convegno a Milano come le aveva detto, sono sicuro che un po’ glie ne fregherebbe.

Molto di quello che chiamiamo privacy è (giustamente) sinonimo di privato ma molto di quello che chiamiamo privacy è invece, illegittimamente, il diritto di sconfinare nell’illecito cercando di non essere scoperti, essere quindi ladri. Come capire il confine fra le cose? Non è semplice.

Sto facendo confusione e sto sicuramente correndo nella riflessione ma a questo punto mi diverte molto percorrere questa serie di sillogismi che mi portano continuamente da un punto A ad un punto B e vorrei provare a non fermarmi e a rimandare ad un altro momento una riflessione più metodica e approfondita per scoprire se ci sono punti sui quali valga la pena soffermarci per provare una qualche evoluzione del nostro pensiero, dei nostri valori, del nostro essere. 

Torniamo quindi al nostro tizio che si trascina per casa, ipotizziamo che il perimetro della sua abitazione abbia uno scanner elettro-biologico in grado di percepire il chip sottopelle (o meglio impiantato nell’osso del bacino) di chiunque, potrebbe quindi togliere le grate ed avere porta e finestre completamente libere per poter essere libero di godere della vista sull’esterno. Cosa gli costerebbe? Gli costerebbe ovviamente dover avere a sua volta il chip e doversi fidarsi che l’accesso alla sua posizione venga fatto solo in certe speciali circostanze, per motivi utili e di sua conscenza, per i quali ha dato l’assenso. Sappiamo però che il mondo non va in questo modo, abbiamo il sospetto, più o meno fondato, che si scavalchi spesso il limite sottile di quello che abbiamo concesso e che la nostra privacy venga violata più o meno sistematicamente.

Potremmo quindi pensare che ognuno possa redarre una lista di permessi che vengono accordati a forze dell’ordine, istituzioni, ed entità simili per poter concedere l’accesso alla nostra posizione in casi speciali e per fondati motivi. Ci si chiederebbe allora, per ogni persona, perché abbia accordato certi pemessi e altri no. Sarebbe legittimo (e salverebbe probabilmente migliaia di vite l’anno) quindi, ad esempio, che i bambini siano biolocalizzati. Non esisterebbero più rapimenti, i bambini non scomparirebbero e non sarebbero più vittima di violenze e abusi. Ma fino a quale età sarebbe giusto che questo acadesse? Pensando alla violenza sulle donne mi viene in mente che la bio-localizzazione potrebbe essere utile anche al fine di proteggere le donne da violenze, aggressioni, stupri e anche qui abusi.

Andiamo oltre. La bio-localizzazione potrebbe essere quindi evoluta con l’aggiunta di parametri che potrebbero indicare l’eccesso di tempo che un corpo trascorre “troppo vicino” ad un altro corpo o la rilevazione della pressione e della frequenza del respiro per determinare che è in atto un’aggressione. Ma se poi la ragazza del nostro esempio stesse semplicemente avendo un sano rapporto sessuale col suo ragazzo? Beh si potrebbe ipotizzare che si possano creare whitelist e blacklist per cui accanto a certe persone si annullerebbe la verifica dei parametri concedendo “vita privata” e accanto a persone non appartenenti alla whitelist le verifiche riprenderebbero. Ma se poi la ragazza non fosse fidanzata e incontrasse una persona ed avesse un rapporto occasionale? Si potrebbe pensare ad una modalità “pausa” in cui si sospende l’attività di monitoraggio temporaneamente ma poi anche in caso di aggressione si potrebbe trovare il modo di fare la stessa cosa.

Quindi, tornando ai bambini, li controlliamo fino a 12 anni? 18 anni? E poi li liberiamo del chip? O lo spegnamo soltanto? E poi chi si fida che sia veramente spento? E se qualcuno stesse guardando dove io sono in questo momento? E perché non può non fregarmene nulla che il mondo sappia che sono sul mio terrazzo a scrivere tutto questo? E perché non provo la stessa noncuranza quando improvvisamente sento la necessità di andare in bagno e immediatamente rivoglio la mia vita privata, la mia privacy?

Ma allora perché molto di quello che potrebbe essere possibile grazie alla tecnologia e ad un suo uso coscienzioso, non viene realizzato? La risposta è molto semplice: perché scoperchierebbe il vaso di pandora. La maggior parte di noi preferisce che si riamanga privati, per lo più segreti, per poter continuare a fare quello che tecnicamente non potremmo in un eterno compromesso fra la regola che è per tutti e l’eccezione che noi siamo, di cui la nostra libertà ha bisogno. Ognuno secondo la sua capacità di districarsi nella matassa del sociale, trama fatta di regole e persone.

Alla fine di questo primo volo mi dico che se avessi un figlio vorrei che fosse protetto dalla possibilità di monitorare in qualunque istante dove sia e cosa gli stia accadendo ma se penso a me stesso mi viene da gridare – Guai a chi mi tocca! – giù le mani, quindi, dalla mia vita.

Nel percorso che quindi unisce i punti fra l’essere un bambino indifeso e l’essere un quarantacinquenne in grado, per lo più, di badare a sé stesso, dovè che ho sentito di dover sostituire il diritto alla vita con il diritto alla privacy?

Altri articoli

Scopri di più