L’educazione sanitaria in Italia ai tempi del COVID-19

Sempre di più le notizie di giovani che si recano all’hub vaccinale o in farmacia a chiedere un vaccino. Di poco fa (minuti) la notizia dell’ANSA per cui si va allo stadio gratuitamente se ci si vaccina.
Di un paio di giorni fa la  notizia di un gruppo di ragazzi che hanno preso d’assalto una farmacia chiedendo il vaccino per poter andare a ballare.

Non si vuole un’Italia pulita, sana, sicura, si vuole un’Italia vaccinata. Mi chiedo, perché? Si tratta di riflessioni fatte con un filo di voce, nel privato del mio pensiero, mentre rincaso e vedo cartelli di concerti annullati a causa del green pass. Ci rifletto. Ripeto fra me e me – non annullati causa covid-19, annullati causa Green pass – incredibile, sorrido ma è più una beffa.

L’ultima volta che ho letto Asimov ero in metro, accadeva qualche anno fa, fra due stazioni di Roma, prima in metro e poi in treno, percorrevo i quartieri della capitale e nella mente le immagini fantastiche di una produzione fantasiosa scatenata dalla fantasia di uno scrittore “visionario”. Ritrovavo il piacere di leggere di mondi lontani, persi nello spazio, persi nel tempo. Ricordo che mi rimase impressa la sensazione del metallo in bocca pensando a pianeti coperti da lastre d’acciaio e uomini schedati, tutti uguali, senza volto.

Sappiamo così poco – viviamo nel mistero – disse una volte un frate, a parer mio illuminato, che spiegò in poche parole come percorriamo ogni nostro giorno nel mistero: non sappiamo cosa accade nell’altra stanza, non sappiamo quali siano i veri pensieri del nostro compagno di banco, non abbiamo idea né possiamo sapere con certezza se il cielo esista o sia una tavola blu poco sopra il nostro naso ad illuderci di uno spazio che non c’è. Non possiamo avere né la certezza di Dio né di noi stessi, non sappiamo se esista davvero una forza di gravità ad essere responsabile del nostro muoverci verso il basso né possiamo essere certi che le ossa messe nella roccia e che chiamiamo fossili siano realmente il segno di un mostro passato.

Viviamo nel mistero.

Ripenso a quel frate e mi chiedo se la sensazione non si sia inasprita in questi ultimi mesi a seguito dei tanti accadimenti che ci portano a fare una scelta radicale: o scegliamo di creare a chi fa la voce più grossa o scegliamo di non credere a nessuno.

Le domande che mi pongo ogni giorno le trovo sempre di meno nei discorsi delle persone. Ognuno è tenacemente convinto di una verità, di una specifica versione di quello che sta accadendo e perché. Pochissime persone dubitano di tutto e si astengono dal dare giudizi. Le più caute sembrano anche quelle con l’aspetto più intelligente. Non si tratta soltanto delle loro parole ma anche dei loro occhi. Percepisci nei loro sguardi l’imbarazzo e la necessità di essere moderati nelle opinioni. Per quanto concerne i fatti inerenti al Covid-19 (ormai nessuno più lo chiama Coronavirus) si tratta di un tale elevato numero di variabili che è oggettivamente iumpossibile avere certezze.
Dalle prime informazioni date da virologhi ed esperti nei primi mesi dell’allarme fino alle teorie complottiste più fantasiose, si sono accavallati un tale numero di eventi e di scenari che l’idea di poter iniziare un pensiero con l’arroganza di un “io so…” è pura follia. Dalla natura del virus alle cure mediche di molteplici tiplogie e frutto di così diverse filosofie di pensiero alle politiche dei vaccini e all’economia del mondo, sono sicuro che il virus in sé è il minore dei mali di questi ultimi due anni.

Quello che abbiamo inconfutabilmente dimostrato, invece, è che non sappiamo gestire il nostro stesso progresso. Abbiamo fatto passi senza la cautela di attendere gli effetti di quei passi stessi. Abbiamo invece deciso, per ogni avanzamento scientifico, che era sufficiente un concetto, senza il bagaglio delll’esperienza, per poter dare affermazioni e giudizi sull’universale invece che sulla semplice, circoscritta esperienza empirica, forse scientifica, ma pur sempre troppo limitata nel tempo e nello spazio.

E così ci ritroviamo che il presente dei nostri progressi ci scoppia fra le mani, un petardo stretto con arroganza fra le mani sicuri, di poter controllare gli effetti di un’esplosione ma siamo incauti e ci ritroviamo ad essere la principale causa della nostra fine. Non il virus, non lo è stato mai. Nei numeri non si tratta nemmeno lontanamente di una vera minaccia: peste, vaiolo, rabbia, morbillo, aids, ebola, la spagnola, l’asiatica, la cinese, il rotavirus, la dengue sono nelle posizione alte della classifica per contagiosità e mortalità (o letalità).

Comunque, ogni tanto, fra i tanti pensieri che si sovrappongono in questa crisi, cercando di barcamenarsi fra medicina, politica, finanza etica ed economia, mi ritorna in mente che abbiamo allenato per due anni le restrizioni per poter fare le vacanze estive. Che mondo!

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