Guerra: pensieri violenti

La guerra. Le guerre. Conflitti. Azioni belliche. Invasioni. Rivoluzioni. Azioni armate. 

Una cosa è leggere di guerre e conflitti nei libri, altra cosa è averla ad un passo, appena fuori dalla porta di casa, alle porte dell’Europa, che quasi ci coinvolge. Altra cosa ancora, dovrebbe essere, viverla.
Credo che uno dei pensieri più comuni di questi giorni, in ognuno di noi, sia – ma davvero sta accadendo? Davvero accadrà a me? Trovarsi in guerra? La guerra, non ne leggevamo soltanto nei libri di storia? – e quindi chiedersi se mai avverrà, o se stia già accadendo, alla nostra vita.

Non siamo poi questo granché

Una riflessione sul noi.

Abbiamo attravesato secoli e l’evoluzione, il progresso, vuole trovare la sua massima espressione ed il suo momento di gloria proprio in queste ultime generazioni, in questi ultimi decenni. Per lo meno questo è quel che risuona nell’aria, quel che si vuol far credere. La versione comune, la definizione enciclopedica, è che quanto abbiamo fatto in questi ultimi cent’anni sia un grande progresso, una grande evoluzione della nostra umanità, successi e traguardi raggiunti, scoperte strabilianti ed innovazioni rivoluzionarie.

Una delle frasi più comuni di questi nefasti giorni è – credevo ci fossimo lasciati alle spalle il concetto di guerra, credevo avessimo imparato dai due conflitti mondiali che la guerra è una forma primitiva e brutale di scontro fra diversità. Ed invece è ancora guerra, oggi, fra tutti noi.

Ma questa guerra non deve stupire.

Non ho mai creduto, osservando il nostro progresso, che l’uomo fosse parte di una specie che si è emancipata al punto da poter considerare la guerra un retaggio storico, un ricordo, abbandonato, lasciato ovviamente indietro a favore di migliori tecniche di confronto per risolvere problemi.

Dopotutto non è lontano da noi il tempo in cui si fumava in aereo e al cinema, il tempo in cui si andava ad applaudire gli animali al circo, si passeggiava allo zoo. E non è lontano il tempo in cui abbiamo venduto persone soggiogate in schiavitù perché fossero al servizio di altri, non è lontano il tempo in cui si combinavano matrimoni fra anziani e bambine, non è lontano il tempo in cui i menbri del clero abbiano abusato di bambini. Non è lontano il tempo in cui le madri abbandonavano i figli e non è lontano il tempo in cui l’uomo uccide la donna che dice di amare.

Non solo non è molto lontano il tempo in cui tutto questo accadeva, ma molto di tutto questo accade ancora.

Non possiamo stupirci

Quali sono i segnali che indicano una crescita della nostra specie? Tenendo conto che sono i valori medi a definire le caratteristiche di un qualunque qualcosa e in questo caso, questo qualcosa, coincide con la nostra specie, i numeri non sono buoni: non sono buoni per quello che che è l’impatto di noi con i nostri simili, con noi stessi, non sono buoni per l’impatto della nostra specie sulle altre e non sono buoni per l’impatto della nostra specie sul mondo che ci ospita.

Ma allora di cosa ci stupiamo? Ci stupiamo che Putin abbia invaso l’Ucraina e spari sulla gente innocente? Stupirsi ci definisce ingenui, non attenti agli accadimenti dei nostri anni, del nostro tempo. Chi si stupisce è una persona a cui l’oggi passa sopra la testa e di cui non avverte la forma, la pesantezza, il dramma e l’abisso.

Quello di cui non avrei voluto stupirmi è che questa umanità non abbia previsto azioni come quelle belliche di Putin e non abbia preparato risposte adeguate esattamente come nel progresso medico e tecnologico non abbia previsto situazioni di emergenza come quelle provocate dalla perdita di un virus e non abbia preparato adeguati piani di emergenza.

Putin non è che il prodotto delle nostre nefandezze, la somma delle nostre “incompletitudini”, la conseguenza naturale della nostra pochezza. Nasce come una fenice dalle ceneri dei nostri valori, dichiarati e mai incarnati, mai vissuti, putrido come tutto quello che siamo perché siamo approssimativi, incomplete le nostre cose e le nostre azioni, e, più di tutto, impure le nostre intenzioni. Accettiamo che tutto sia imperfetto in noi ed intorno a noi, qualunque cosa a questo mondo non può che esserlo, imperfetta, e lo accettiamo per la nostra stessa natura, imperfetta. L’unica cosa che può (e deve) fare eccezione, ed elevarsi alla perfezione, è la nostra intenzione. Le nostre intenzioni possono e devono essere perfette.

Tutto è molto approssimativo oggi, non si trova un condottiero, un leader, neanche a pagarlo. La politica, fra tutti i contesti la più manchevole, in effetti, è divenuta l’arte di non dar ragione o torto a nessuno, l’arte di accontentare tutti. L’arte di essere mediocri e codardi, l’arte di non farsi mai avanti.

Siamo bugiardi, ladri, assassini, deboli, indecisi privi di valore e, peggio ancora, con la pretesa di avere valori universali (che non valgono per l’individuo) ed incapaci di difenderli. Abbiamo fatto di noi lo scherzo di noi stessi ed ora ci lamentiamo che esista un uomo che fa il gesto di mettere il dito sul bottone e se la ride che non ci sia nessuno coraggioso abbastanza da fermarlo, tutti codardi, deboli. Deboli uomini, deboli donne, deboli capi di stato, deboli governi, deboli politici e deboli tecnici. Putin lo sa ed è per questo che fa il gesto di mettere il dito sul bottone, guardarci e poi, dopo aver trattenuto il respiro… “Bu!” … e sogghigna, se la ride. 

Un unico atto di forza principe e sovrano

L’unico atto di forza giustificabile è quello che vuole sopprimere una guerra. L’unico atto di forza deve essere quello di tutti verso chi muove aggressione verso altri. L’unico modo in cui possa essere sopressa un’iniziativa di guerra, quando le parole non servono, quando non si vogliono parole, confronti, discussioni, intelligenza, allora si può ricorrere ad un atto di forza.

L’unico atto di forza legittimo è quello che respinge la gerra, che sopprime l’aggressione e schiaccia l’abuso. La parola e l’intelligenza, che dovrebbe trovare senso nella diplomazia, devono lasciare spazio alla forza quando non c’è, dall’altra parte, modo, volontà o possibilità di ascoltare, e da lì condividere, confrontarsi, trovare nuove verità. Perché ogni istante che passa, in cui si rimanda un atto di forza credendo che ci sia spazio per la diplomazia, persone innocenti perdono la loro vita.

Chi aggredisce una vita, una famiglia, un paese, un popolo, una nazione non può essere né giustificato né tollerato. Oggi esiste ogni strumento possibile per favorire il confronto fra intelligenze, tutte le tecnologie per esaltare la comprensione, il dialogo, il confronto. Tutto questo deve andare avanti finché non si raggiunga un punto di accordo, di incontro. Chi crede, crede nell’intelligenza, nella parola, nell’incontro, il confronto e lo scontro pacifico.

Ma quando si è di fronte a qualcuno che non crede in tutto questo si è in pericolo e non si può lasciare spazio perché agisca in quanto l’agire non sarà pacifico, non sarà rispettoso, non sarà intelligente e la mancanza di intelligenza è il maggiore dei pericoli.
Quando si è di fonte a qualcuno che non crede nel dialogo e nel confornto, si è di fronte al pericolo di guerra. Allora è il momento di intervenire con forza e rendere inoffensivi, inefficaci le persone e le azioni che preannunciano aggressione, violenza, abuso.

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