Bagni pubblici per transessuali

In questo caso il titolo non vuole essere provocatorio per quello che esprime, per il significato che potrebbe, o vorrebbe, portare con sé ma solo per la crudezza e per la immediatezza con cui si propone un argomento e lo si pone, attraverso un titolo in evidenza fra altri titolo, al pubblico.

E’ sicuro che a seguito della lettura del titolo, fra altri titoli, si vada a leggere almeno le prime parole per rassicurasi del contenuto dello scritto, ovvero che sia sufficientemente inconsueto da potersi permettersi il lusso dello stupore, nel leggere, e poter dire sottovoce – ma pensa – e mostrarsi quindi, almeno un po’, giustamente indignati.

Quello che ho imparato in questi anni, invece, è di evitare di iniziare un pensiero dando modo di comprendere immediatamente, fin dalle prime parole, che ci sia un precostituito schieramento, e non perché non voglia mostrare una eventuale posizione al riguardo ma perché, davvero ed in modo inequivocabile, di schieramenti, nella mia vita, nel mio pensiero, ce ne sono sempre di meno.
Ho perso vigore, forse, nel puntare ad un argomento con la forza e la decisione dei tempi del liceo, e poi dell’università, quando si vestivano i panni di chi crede che sia possibile avere ragione, cambiare le cose o perfino convincere altri a cambiare idea, anche solo minimamente.

Quello che  invece, sempre di più, ha trovato spazio nei miei tempi in cui mi prendo la libertà di una riflessione, è il piacere della comprensione. Mi trovo sempre più spesso nella condizione di comprendere le ragioni degli uni e degli altri, quindi, di non dover giudicare ma semplicemente trovare il contesto in cui si colloca una definizione e, poi, quello in cui si colloca la sua contraddizione, la sua contrapposizione, per scoprire che si può avere ragione di esistere in due diverse definizioni, una opposta all’altra.

Non mi interessa quindi che ci siano transessuali e dove vadano in bagno, mi sembra un argomento di una banalità sconfortante, e più ancora sconfortante che ci sia una società in cui ci siano i “varietà”, programmi televisivi di banale intrattenimento popolare, in cui si parli di argomenti come questo.
Quello che per primo batte nella mia testa come un tamburo è il richiamo al necessario. Chi ha già una vita densa degli impegni che sono appuntamenti fisiologici e fisiologicamente necessari nella gioranta di un adulto, con difficoltà calpesta le stanze dei salotti italiani in cui si trattano certi argomenti.

Ricordo bene mio nonno e quello che mi diceva quando, in adolescenza, ci trovavamo ad elucubrare, con i miei amici, su qualunque tema: avete troppo tempo libero, diceva, poi elencava tutte quelle cose che doverosamente e legittimamente riempivano la usa giornata per concludere che, portato a termine onestamente tutto quello che doveva fare, non gli restasse tempo se non quello di coricarsi per poter recuperare quelle energie che sarebbero state dovute al giorno seguente.

Io cerco di capire la forte necessità di un transessuale di avere un suo wc pubblico che l’aiuti a raggiungere un adeguato livello di sicurezza sociale credendo che in quello stia un riconoscimento ed un’affermazione della propria natura ma cerco anche di capire come mai sia tanto naturale, invece, per me, sentire, fin nelle viscere, quanto questo sia parte di un percorso che ci allontana dalla natura. Natura che per me, ad ogni anno che passa, torna ad essere il fulcro intorno al quale ruota il mio pensare e, a mio avviso, nuovo necessario antico fulcro di un equilibrio cosmico.

Ho visto portare le discussioni, negli ultimi anni, a tavoli che hanno voluto trattare temi come il “cambio di sesso in adolescenza”, “confusione sessuale”, “diritto al suicidio”, “suicidi pre adolescenziali”, “chirurgia plastica estetica”, “clonazione umana” e molto altro ancora. Un continuo ed incessante rifiuto di sé. Un tempo si lavorava per comprendere sé stessi e trovare lo spazio adeguato per colocarsi nel mondo come valido ingranaggio di quest’ultimo. Oggi si grida al diritto di reputare la natura essere stata inadeguata nel collocarci e nel formarci e ci si arroga il diritto di voler imporre un insegnamento alla natura stessa, armati di tecnologia e poche blande fasulle competenze mediche, acquisiste in malomodo, senza una vera etica, senza una radicata filosofia che non sia solo quella di mercato, e per le quali non si ha mai avuto la pazienza di attendere il maturare dell’esperienza ed il trascorrere dell’adolescenza medica, tecnologia, etica.

Imparo a tagliare, taglio tutto e tutti, so intervenire, intervegno su tutto e tutti. Ho 13 anni, non mi sento un maschio, pretendo di cambiare e diventare femmina. Questo è molto più di semplice antropocentrismo, è perfino molto di più dell’egocentrismo, per me, è molto oltre il limite della follia, intesa come allontamento dal reale, da quell’esempio, dato dalla natura, per poter tracciare la linea dei significati delle cose. Tutto questo è una caduta libera dell’arroganza e della presunzione che va dal sono Dio di me stesso, dritta nella fossa del non ho avuto pazienza ed umiltà di riconoscermi come essere che cerca un equilibrio all’interno della struttura della natura che mi ha generato, insieme ad altri milioni di esseri, della mia specie e non, animali vegetali ed inanimati, ed ho preteso di insegnare alla natura come dovevano essere fatte le cose.

Torno sempre, alla fine di ogni disquisizione su quanto l’uomo possa, a concludere che dovrebbe poter sempre di meno. Torno sempre a dire che è necessario tornare alla natura. In questa frase, ogni giorno di più, si nascondo il senso delle cose, per me ovviamente, quindi delle mie cose. Quel senso delle cose che è sinonimo di semplicità e punta a farci tornare semplici, a fermarci in un percorso in cui si è data troppa importanza a quel poco che l’uomo ha dimostrato di poter essere e fare, e che ha definito l’uomo per quello che non è: potente ed onnipotente.

Dopotutto ogni dimostrazione di potenza, di potere, di forza e di conoscenza, da parte dell’uomo, è terminata con un enorme fallimento o con un successo nell’immediato che preparava la strada del successivo crollo di ogni troppo giovane nuova certezza per creare incertezze e debolezze sempre più grandi. Così le palle di neve dell’uomo, rotolanti splendenti piccole forme perfette, sono divenute valanghe e travolgono tutto e tutti.

Sento in silenzio, però, senza sconfortarmi, quelle famiglie in cui si crescono i figli lontano dalla televisione, nella lettura di un libro classico in cui se c’è una principessa non si apre un tavolo di discussione sull’uguaglianza fra i sessi o sul pericolo di una discriminazione annidata nella trama della favola o sul valore della donna ma si insegna un valore che prepara, nella sua onestà, la strada all’uguaglianza, alla tolleranza e al diritto senza togliere il romaticismo di un cavaliere che salva la sua bella dal drago. E se poi incontro una favola in cui un’eroina a cavallo salva un principe indifeso da una dragonessa, mi sorprendo della bellezza delal fantasia di un autore e mi gusto un racconto come un altro.
Ogni volta che mi trovo invece di fronti a discussioni ridicole come queste (o simili a queste) nella mia testa sussurra un affranto – basta, ma cosa state combinando? E poi cosa farete? Andrete a chiedervi se il naso che si allunga di Pinocchio sottintenda o non sottintenda un qualche valore fallico nei confronti dalla fata che lo rende un bambino? Ma cosa siamo diventati? Cosa non sappiamo più riconoscere ed apprezzare? Una metafora? un’allitterazione? un esempio che spieghi la differenza fra il bello ed il brutto, il buono ed il cattivo? Di cosa abbiamo così tremendamente paura tanto da dover avere, in whatsapp, icone maschio, icone femmina e icone “indefinito”? E cosa significa indefinito? E la principessa davvero deve essere sempre debole e necessitante di un principe? Non si può apprezzare quello e volere allo stesso modo, con onestà e vigore, pari opportunità per ogni essere al mondo che dimostri intelligenza? Perché questo è il punto, a mio avviso, non che si dia più importanza ad una figura maschile o femminile per definizione, ma che si possa pretendere che ognuno abbia importanza anche quando questa importanza non dovrebbe averla, maschio o femmina che sia.

Oggi la vera discriminazione è nei confronti di chi non discrimina ma dice la sua a sua volta e questa sua versione delle cose vuole fare un passo indietro, piuttosto che un fin troppo insicuro passo in avanti. Se dico – cambiare sesso è un percorso che non ha nulla a che vedere con la crescita naturale di un individuo, mi aspetto un coro di giudizi e una forte discriminazione nei miei confronti. Ma se si reclama la libertà di poter cambiar sesso, non dovrei io poter reclamare, con pari opportunità, la mia libertà di considerarlo sbagliato? E non dovrei essere tollerato io come chi vuol cambiare sesso? E perché non essere sempre d’accordo con tutte le “nuove tendenze” oggi diviene ragione sufficiente per discriminare e ghettizzare?
E allora è vero che oggi si discrimina il tentativo di far considerare che esiste una normalità a questo mondo e che questa, come vuole la matematica, non è che il valore medio delle cose. Io sono mancino, al contempo so che la normalità è essere destrorsi e porto con orgoglio la bandiera di una minoranza che non è sinonimo di “problema” ma può esserelo di “particolarità”, “eccezione”, “eccezionalità”, a seconda del livello di popolarità della mia anormalità.
Riconosco di esserlo oggettivamente, in relazione al sistema di riferimento che è il mondo in cui vivo e trovo un posto in questo mondo: ho scelto di studiare la chitarra dei “destrorsi” e non ho voluto una chitarra per mancini, nel farlo ho considerato l’opportunità. Mi dicevo – …la mia mano sinistra, sul manico, sarà più voloce, snella e padrona di quella di un destro, un destrorso farà plettrate più sicure ma io mi allenerà per arrivare al suo livello, alla stessa padronanza nel gestire il ritmo delle note – Non c’è mai stato un reale problema, ho lavorato su di me, non ho preteso un pianoforte con tasti gravi sulla destra e acuti sulla sinistra della tastiera.

Ecco, definito per lo più, in alcuni temi come ottuso, retrogrado, conservatore, bigotto, chiuso e molto altro ancora, io ho le mie idee, non sono violente e vogliono garantire la tolleranza più gentile ma sento che questo non basta, sento che questo nuovo mondo grida a nuovi spazi e vuole che io gridi con lui. Io non credo che si debba inoltrarci molto oltre i semplici significati di causa ed effetto che la natura insegna e che oggi, per dove siamo, e come ci siamo arrivati, si debba fare più passi indietro di quanto non sia necessario farne in avanti.

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